Background

rural vs city

Evolution of the rural-urban relationship

Evoluzione del rapporto città-campagna

The research started with the awareness that the link between the countryside and the city was founded on dialogue and mutual exchange once, not only raw materials but also of knowledge and traditions, today these two realities turn their backs on each other and the first lose ground in favor of the latter.

The change in the relationship between these two great ecosystems brought about the evolution of the forma urbis, which today is increasingly without logic and less quality as we enter the zone of transition between the urban areas and agricultural ones. The concept of countryside’s proximity that “helps” the city is at the bottom of the dichotomous relationship between the two realties. Origially  the rural opposes urbanism and the proximity of the two systems has led to agriculture, except in rare exceptions, in a position of subordination and servitude for a long time.

Since ancient times the foundation of the city has planned a campaign that surrounds itself and acts, as far as possible, to its existence; the presence of potentially arable and fertile soil has been always a privilege to build a town, along with the presence of water in the area. It’s in the rut of a spatial, social, economic and cultural contrast that developing the area around the city in a continuous exchange of needed and fought goods, resources and knowledge.

Taking a brief history on the evolution of the urban rural interface in Italy it is clear that until the end of the eighteenth century, the agricultural areas on the edge of the city maintain a close link with the center built. It is the nineteenth century instead of the big changes: this is the era of urbanization, the great capital cities, the concentration of the settlement at the place of work, industrial town. In this period there has been a great urban development all over the world. Although the city can begin to occupy the countryside, both in physical and cultural and social terms, the nineteenth century still remains the period in which agriculture is the main activity from an economic point of view. In this period the country maintains a certain role within the landscape and is still considered to be a key factor to maintain and care for, but it to keep up with the great technological innovations and the growing development of industry has to adapt to the new productive processes.

The introduction of industrialized agriculture transformed the agricultural landscape into an industrial landscape. The city subjects to the country to grow, not only in terms of space due to the increase of the population, but also in terms of development. Not only we ask the land to produce, as it was in antiquity, but it is being asked to produce “more.” At this stage a process of real exploitation of the landscape begins, and i doesn’t loosen even after World War II when the agricultural sector is no longer the economic key sector and centers of gravity of the economic and civil life will be transferred out of the country, to major roads, industrial clusters, metropolitan areas, which affect and dominate in a strong way the whole mesh of organized space. The countryside is dotted with houses, in some sense urbanized, to make sure that city life penetrates with its tastes in the rural area.  the City, as a place to coordinate, direct and control the surrounding territory, disappears.

Lo studio è partito dalla consapevolezza che se un tempo il legame tra la campagna e la città era fondato sul dialogo e sullo scambio reciproco, non solo di materie prime ma anche di conoscenze e tradizioni, oggi queste due realtà si voltano le spalle e la prima perde terreno a vantaggio della seconda.

Il mutamento del rapporto tra questi due grandi ecosistemi è stato infatti determinante nell’evoluzione della forma urbis, che oggi appare sempre più senza una logica e con meno qualità man mano che ci si inoltra in quelle zone di transizione tra l’urbano e le aree agricole. Il concetto di campagna di prossimità che “serve” la città sta alla base del rapporto dicotomico tra le due realtà. La ruralità si oppone originariamente all’urbanesimo e la vicinanza dei due sistemi ha portato quello agricolo, tranne in rare eccezioni, in posizione di subordinazione e servitù per molto tempo.

Sin dall’antichità la fondazione delle città ha previsto una campagna che la circondi e provveda, per quanto possibile, alla sua sussistenza; la presenza di suolo fertile e potenzialmente coltivabile ha rappresentato sempre una prerogativa alla costruzione di un centro abitato, insieme alla presenza di acqua nella zona. E’ nel solco di una contrapposizione spaziale, sociale, economica e culturale che si sviluppa quindi il territorio attorno alla città, in un continuo scambio necessario e combattuto di merci, risorse e sapere.

Facendo un breve excursus storico sull’evoluzione del rapporto città-campagna in Italia risulta evidente come fino alla fine del Settecento le aree agricole ai margini delle città riescano a mantenere ancora uno stretto legame con il centro costruito. È l’Ottocento invece il secolo dei grandi cambiamenti: questa è l’epoca dell’urbanizzazione, delle grandi città capitali, della concentrazione dell’insediamento nel luogo del lavoro, delle città-fabbrica. In questo periodo si assiste ad un grande sviluppo urbano in tutto il mondo. Nonostante la città cominci a prendere spazio alla campagna, sia in termini fisici che in termini culturali e sociali, l’Ottocento rimane ancora il secolo in cui l’agricoltura risulta l’attività prevalente dal punto di vista economico. In questo periodo infatti la campagna mantiene un certo ruolo all’interno del paesaggio ed è ancora ritenuta un elemento fondamentale da preservare e curare; tuttavia essa per tenere il passo con le grandi innovazioni tecnologiche e lo sviluppo crescente dell’industria deve adattarsi ai nuovi processi produttivi.

L’introduzione dell’agricoltura industrializzata trasforma il paesaggio agrario in un paesaggio industriale. La città per crescere, non solo in termini spaziali a causa dell’aumento della popolazione, ma anche in termini di sviluppo, deve assoggettare la campagna. Non solo si chiede alla campagna di produrre, come avveniva nell’antichità, ma le si chiede di produrre “di più”. È a questo punto che inizia un processo di vero e proprio sfruttamento del paesaggio agrario che non si allenterà neppure nel secondo dopoguerra quando il settore agricolo non sarà più il settore economico fondamentale e i centri gravitazionali della vita economica e civile si saranno trasferiti fuori dalle campagne, verso i grandi assi viari, i poli industriali, le aree metropolitane, che condizionano e dominano in maniera forte l’intera maglia dello spazio organizzato. La campagna viene disseminata di case, in un certo senso urbanizzata, per fare in modo che la vita cittadina penetri con i suoi gusti nell’area rurale. Sparisce così la città intesa come il luogo in grado di coordinare, dirigere e controllare il territorio circostante, cioè la campagna.

Sprawl

Sprawl

Since the fifties, the city loses the role of administrator of the countryside. So various phenomena materialized, such as urban sprawl and its degeneration in the so-called rururbanization, the technological innovation of production processes, the rural exodus, the transformation of the countryside as a result of the agrarian reform, carried to the extreme, producing aspects of agricultural landscape’s degradation and the ultimate subordination of the country to the city.

Since the end of World War II to today we are witnessing an exponential increase of the effects of these changes and in particular the spread of the phenomenon of urban sprawl. Today 50% of the world lives in cities, and of this, about 60% lives in the “diffused city”1.

Richard Ingersoll, in his book Sprawltown says that in the sixties was introduced the term “sprawl” to indicate the formless urban growth, like wildfire typical of developed countries. Sprawl is a geographical and morphological fact, which changed the landscape physically and anthropologically. The causes that led to its birth are manifold: the land is cheaper outside the city center, the taxes are lower, there are fewer planning restrictions, it’s the car kingdom and the myth of living close to the green is real.

Expansion in terms of space in the city is not always properly related to the increase of population: this is an indication not only of the poor planning of the interventions but also of the mutation of people’s housing preferences. This form of low density settlement is to be considered not sustainability. Dispersed urbanization is considered  in fact to be responsible for abandonment and underutilization of agricultural areas awaiting development, for the difficulty of cultivating rationally fragmented farms, for an “unnatural” increase in the value of land, which makes it difficult to land consolidation, for the marginalization of agriculture and its reduction to a part-time business and leisure.

A partire dagli anni Cinquanta la città perde il ruolo di amministratrice della campagna. Così si materializzano fenomeni come la dispersione insediativa e la sua degenerazione nella cosiddetta rururbanizzazione, l’innovazione tecnologica dei processi produttivi, l’esodo rurale, la trasformazione delle campagne a seguito della riforma agraria che, portati alle estreme conseguenze, producono aspetti di degrado del paesaggio agricolo e la definitiva subordinazione della campagna alla città.

Dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi assistiamo ad un incremento esponenziale degli effetti di tali trasformazioni e in particolar modo al dilagare del fenomeno della dispersione insediativa. Oggi il 50% del mondo abita in città, e di questo, circa il 60% abita la “città dispersa”1.

Richard Ingersoll, nel suo libro Sprawltown, afferma che negli anni Sessanta è stato introdotto il termine “sprawl” per indicare la crescita urbana senza forma, l’espansione a macchia d’olio tipica dei paesi sviluppati. Lo sprawl è un fatto geografico e morfologico, che ha cambiato fisicamente e antropologicamente il paesaggio. Le cause che hanno portato alla sua nascita sono molteplici: i terreni sono meno costosi fuori dal centro, le tasse sono più basse, sono presenti meno vincoli urbanistici, l’automobile trova il suo regno e il mito di vivere vicino al verde è reale.

All’espansione in termini spaziali della città non corrisponde sempre un proporzionale aumento di popolazione: questo è indice non solo della scarsa pianificazione degli interventi ma soprattutto della mutazione delle preferenze abitative degli individui. Questa forma insediativa a bassa densità è da considerarsi sostanzialmente insostenibile. L’urbanizzazione dispersa è considerata infatti responsabile dell’abbandono e del sottoutilizzo di aree agricole in attesa di valorizzazione, della difficoltà di coltivare razionalmente le aziende agricole frammentate, di un “innaturale” aumento del valore dei terreni che rende difficile il riordino fondiario, della marginalizzazione dell’attività agricola e della sua riduzione ad una attività di part-time e tempo libero.

Rururbanization

Rururbanizzazione

A partire dagli anni Settanta, però, si assiste ad una battuta d’arresto del processo di espansione della città.

Alla forte crescita demografica delle città del dopoguerra e allo spopolamento delle loro campagne, corrisponde una saturazione della capacità di accoglienza dello spazio urbano, che si traduce in disagio per gli abitanti. La congestione urbana è causa di traffico, inquinamento, insufficienza di servizi e trasporti, segregazione sociale e criminalità: il sogno della metropoli sfuma nel sovrappopolamento, che provoca più danni dei potenziali benefici della città. Poco a poco la crescita demografica dei grossi centri urbani si arresta, in tutta Europa e negli Stati Uniti, dando luogo ad un equilibrio demografico urbano o, a volte, ad un saldo negativo. Inizia così il fenomeno prima citato della rururbanizzazione o periurbanizzazione, osservato e teorizzato per la prima volta da Bauer e Roux,  nel 1977, nel saggio La rurbanisation ou la ville éparpillée. La rururbanizzazione porta con sé due fenomeni opposti: da una lato aggredisce il territorio libero senza occuparsi dell’esistente, sia in termini spaziali che culturali, in rappresentanza di una città che allunga i suoi tentacoli consumando la campagna più di prima. Dall’altro, essa porta con sé una rivalutazione concettuale profonda del rurale, la creazione di una nuova categoria di spazio, l’idea di un contesto nuovo con identità differente dall’urbano e dal rurale: il periurbano. La genesi del nuovo rapporto città-campagna nasce dal rifiuto della dimensione di (in)abitabilità della città, ma non da un rinnegamento dei suoi principi: chi si sposta in campagna lo fa conservando una mentalità urbana ma allo stesso tempo pone le basi per un nuovo equilibrio della relazione urbano-rurale, basata non più sulla dominazione della prima, ma su uno scambio funzionale reciproco.

Consumo di suolo

Sia il fenomeno della dispersione urbana che quello della rururbanizzazione producono gravissime ricadute sul territorio rurale. Tra le cause principali c’è prima di tutto l’eccessivo consumo di suolo e di spazi un tempo dedicati prevalentemente all’agricoltura che oggi risultano irrimediabilmente compromessi. Con l’espressione “consumo di suolo” si indicano processi di trasformazione di porzioni di territorio che comportano un’alterazione delle funzioni svolte naturalmente dal terreno e rendono il paesaggio via via impermeabile. Nonostante l’urbanizzazione del territorio costituisca pur sempre una forma di impiego delle sue funzioni, non bisogna dimenticare che questo tipo di utilizzo pregiudica, irrimediabilmente e pressoché in modo irreversibile, tutte le altre. La cementificazione infatti minaccia gli insediamenti di fauna selvatica, le aree semi-naturali, le zone umide e quelle ricche di biodiversità. La perdita di questi spazi modifica anche il territorio inteso come sistema di relazioni in cui l’abitazione, il lavoro, la mobilità, le relazioni sociali si confrontano ed evolvono. La preoccupazione per la crescente trasformazione di spazi liberi in aree urbanizzate si è diffusa in molti paesi del mondo ed in particolare in Europa, dove la necessità di limitare questo fenomeno è diventata, negli ultimi anni, molto urgente. Ad eccezione di alcuni tentativi di contenimento del fenomeno a livello europeo e nazionale, è preoccupante il fatto di come non emerga ancora da parte della cittadinanza una forte partecipazione e contrapposizione capace di condizionare l’agire delle amministrazioni locali e di porre un freno alla cementificazione del territorio. Questa implicita accondiscendenza, da parte dei Comuni e dei cittadini, è conseguenza di ragioni culturali, sociali e informative che concorrono con i fattori economici e fiscali (si pensi per esempio agli oneri di urbanizzazione utilizzati per la spesa corrente dai Comuni) nel determinare le dinamiche di espansione e dispersione urbana. Manca ancora la consapevolezza e l’assunzione di responsabilità degli effetti e dei rischi derivanti dalle scelte di governo del territorio e dal consumo di risorse non rinnovabili come il suolo. Nell’epoca del consumismo e della globalizzazione si pensa che qualsiasi bene sia disponibile o sostituibile in modo illimitato. Nell’ottica dello sviluppo e della crescita senza limite, il degrado paesaggistico, la perdita della campagna e dei luoghi della memoria, l’inquinamento acustico e atmosferico, il traffico e la congestione stradale, prodotti dalle città, sembra che passino in secondo piano, diventando il prezzo inevitabile da pagare per il benessere, se non l’indicatore stesso della forza e della competitività del territorio.

Periurbano

Quello che oggi appare sotto i nostri occhi è il prodotto inevitabile generato dalla città diffusa: una periferia che non può più definirsi né città nè campagna. Un ibrido che compare costellato da edifici per le più svariate funzioni che fluttuano in un mare senza forma.

«Mentre il centro originario ha meno probabilità di svilupparsi e muta più lentamente, ai margini del sistema le trasformazioni sono più probabili e più veloci. Ai margini si trovano cioè quei paesaggi che Lévi-Strauss definirebbe “caldi” e che Robert Smithson definirebbe “entropici”. Nei margini troviamo un certo dinamismo e possiamo osservare il divenire di un organismo vitale che si trasforma lasciando intorno a sé e al suo interno intere parti di territorio abbandonate e più difficilmente controllabili»2.

Queste parti marginali dinamiche vanno a definire il cosiddetto periurbano, una realtà ambigua, una sorta di «terzo territorio, posto a metà strada tra urbanità e ruralità»3, dove i retaggi della cultura agricola convivono con i vecchi e i nuovi tentativi di fare città. Il periurbano infatti può essere visto come uno spazio di “trincea” in cui la campagna tenta di difendersi e di resistere con grande sforzo all’avanzare inarrestabile e incontrollato della città.

In realtà, da sempre la città ha  prodotto uno spazio intorno ad essa. Fin dall’epoca Medievale infatti questo spazio era definito con il termine hortus perché racchiudeva gli orti destinati all’approvvigionamento della città. Al di là dell’hortus cominciavano le distese di campi a pigola e a maggese, i pascoli e i frutteti: la campagna.

Il concetto di periurbano, differentemente da come molti possono pensare, non è quindi un concetto che nasce nell’età contemporanea. La differenza tra lo spazio di oggi e quello del passato consiste nel fatto che esso non funge più da riserva per la città ma è completamente improduttivo e, soprattutto, molto spesso è un luogo degradato e abbandonato ,seppure sia collocato in prossimità delle aree urbane.

Nonostante la difficoltà di trovare una definizione precisa di questo spazio che caratterizza la città contemporanea, è possibile individuare alcune sue peculiarità. In primo luogo si tratta di un contesto problematico a causa della compresenza di differenti figure economiche, vecchi agricoltori e nuovi residenti, che si trovano a competere per risorse naturali, come suolo e acqua, caratterizzate da un regime di scarsità e finitezza; in secondo luogo il periurbano ospita un tipo di agricoltura non tradizionale, perché molto influenzata dalla vicinanza alla città, che ne condiziona scambi di beni e servizi e tipologia produttiva; è proprio qui, inoltre, che convergono tutti i conflitti che nascono dalla vicinanza tra gruppi sociali differenti per abitudini, mentalità e cultura, che rendono questi ambiti aree peculiari anche dal punto di vista della struttura della società; infine il periurbano è il luogo in cui si insediano tutte quelle attività che storicamente venivano poste fuori porta, il cimitero, i grandi impianti industriali, le infrastrutture di trasporto, ma che poi, in seguito all’espansione urbana ai danni della campagna, si sono ritrovate inglobate all’interno della città, causando un diffuso degrado, una riduzione generalizzata della qualità. Tali attività lo rendono uno spazio non consolidato e quindi in balia delle trasformazioni urbane. Infatti «Le campagne intorno alle città, per alcuni versi sono i luoghi più instabili del territorio e quelli maggiormente investiti da processi di trasformazione, i suoli delle future periferie, dei prossimi vuoti in attesa di processi di valorizzazione immobiliare oppure quegli spazi che diventeranno slarghi di svincoli autostradali, aree interstiziali difficili da interpretare»4.

È il periurbano la zona in cui si concentrano gli spazi delle nuove residenze, le villette unifamiliari con piccolo giardino e le palazzine che si stagliano sui campi coltivati, i nuovi nuclei di addensamento metropolitano, i mall commerciali, i poli fieristici, i padiglioni industriali, le nuove figure urbane che ricalcano la geometria dei lotti agricoli o la negano allineandosi alle infrastrutture viarie principali. Sono aree in cui emergono fenomeni quali il frazionamento fondiario, l’abbandono dell’attività agricola, l’aumento della precarietà dei contratti per la conduzione dei fondi agricoli.

Questo carattere complesso dello spazio periurbano e della società che sceglie di abitarlo, non riesce ad essere ancora compreso né dalla cultura urbanistica che l’ha prodotto, né da quella agricola, che, lavorando in maniera settoriale, sottovalutano le implicazioni che hanno l’una sull’altra.

1 – Gibelli distingue tra “diffusione”, processo fisiologico di espansione delle città, e “dispersione”, processo di urbanizzazione dispersa e plurifunzionale del territorio agricolo di carattere patologico,  Maria Cristina Gibelli, Forma della città e costi collettivi. L’insostenibile città dispersa, in Archivio di Studi Urbani e regionali, n°83, 2005, pp.19-38, cit. in Viviana Ferrario, Governare i territori delle dispersione. Il ruolo dello spazio agrario, XIV Conferenza SIU (Società Italiana degli Urbanisti), 24/25/26 marzo 2011

2 – Francesco Careri, Walscapes. Camminare come pratica estetica, Torino, Einaudi Editore, 2006, pp. 132

3 – Mariavaleria Mininni, Dallo spazio agricolo alla campagna urbana, in Urbanistica, n°128, 2005, p.7

4 – Mariavaleria Mininni, Abitare il territorio e costruire i paesaggi, prefazione alla edizione italiana del testo di Pierre Donadieu, Campagne urbane. Una nuova proposta di paesaggio della città, Roma, Donzelli Editore, 2006, p. VIII

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