Background

agriculture on the edge

Rural society in crisis

Società rurale in crisi

The loss of importance of agriculture does not concern, unfortunately, only the problem of its coexistence alongside a growing urban reality. After World War II in fact, under the pressure of so-called Green Revolution, the agricultural sector lost its importance in the Italian economy and is forced to industrialize and enter the capitalist logic to keep up with the city.

First in the fifties began an intense process of redesigning infrastructure that makes significant changes to the agricultural landscape, fragmenting, impoverishing and thus making it difficult to cultivate. These innovative processes not only change the appearance of the pre-industrial agricultural landscape, but with the advent of agricultural machinery, affecting the productivity of the land itself, producing most harmful consequences from the ecological point of view that formal. In addition to the quantitative changes, related to the purpose of maximizing the product, there are other, qualitative, unfortunately, affecting biodiversity in the area. To adapt the new machinery in the fields and make way for more profitable crops, the typical elements of the landscape disappear.

The consequences of this rapid transformation of rural areas is mainly reflected in the change in lifestyle of the peasants and their relationship with the land. A new peasant society is superimposed on the existing one, deleting it almost completely.

In this landscape changes, in fact, the pattern of agricultural land management: the traditional social structure, complex and unified at the same time, the patriarchal family clashes with the new forms of urban life in the countryside. The integration between the two occur  to the fact that “the family is functional peripheral industrial development, not just […] as an institution capable of compressing the social costs of reproduction of labor power, but also […] as it promotes the flexibility of the labor market “5. The company does no longer only the production function but became the center of all services, shops, taverns, aimed at obtaining additional income. So, in this way, appear new ways of working in the field: while the landowner is involved in the daily work, the land is cultivated by casual wage laborers. Working with machines for third parties promotes many part-time work, many new forms of absentee owners and contributes to the destruction of that ancient relationship that bound man to the ground.

The European dimension and the global market for agro-industrial products, in fact, begins to be increasingly directed the choice of producers: people cultivate only  what is grown in an increasingly undifferentiated and distant market regardless of what the land could or should produce in the best conditions use.

The crisis in rural areas has not only weakened the garrison of agriculture in the area, but also transformed the lifestyles of farmers: times change, gestures and rituals of the traditional rural world. The increasing use systematic and widespread use of the machines allows on the one hand a huge reduction of the time of farming operations, but on the other hand feeds the individualism agricultural land use and management of space.

La perdita di importanza dell’agricoltura non riguarda purtroppo solo il problema della sua convivenza accanto ad una realtà urbana in continua espansione. Dal secondo dopoguerra infatti, sotto la spinta della cosiddetta Green Revolution, il settore agricolo perde la sua centralità nell’economia italiana ed è costretta ad  industrializzarsi ed entrare nella logica capitalista per stare al passo con la città.

In primo luogo negli anni Cinquanta inizia un’intensa operazione di ridisegno infrastrutturale che apporta notevoli modifiche all’assetto del paesaggio agricolo, frammentandolo, impoverendolo e quindi rendendolo difficilmente coltivabile. Questi processi innovativi non solo mutano l’aspetto del paesaggio agrario preindustriale ma, con l’avvento delle macchine agricole, incidono sulla produttività della terra stessa, producendo conseguenze più dannose dal punto di vista ecologico che formale. Accanto alle trasformazioni di tipo quantitativo, legate alla logica di massimizzazione del prodotto, ce ne sono altre di tipo qualitativo che, purtroppo, interessano la biodiversità presente sul territorio. Per adattare i campi alle nuove esigenze dei macchinari e far posto alle colture più redditizie, si cancellano gli elementi tipici del paesaggio agrario.

Le conseguenze di questa rapida trasformazione del mondo rurale si riflettono soprattutto nel cambiamento degli stili di vita dei contadini e del loro rapporto con la terra. Una nuova società contadina si sovrappone a quella preesistente, cancellandola quasi totalmente.

In questo panorama muta, infatti, il modello di gestione del territorio agrario: il tradizionale organismo sociale, complesso e unitario al tempo stesso, della famiglia patriarcale si scontra con le nuove forme di vita nelle campagne urbanizzate. L’integrazione tra i due elementi avvienegrazie al fatto che «la famiglia appare funzionale allo sviluppo industriale periferico, non solo […] in quanto istituzione in grado di comprimere i costi sociali di riproduzione della forza lavoro, ma anche […] in quanto favorisce la flessibilità dell’offerta di lavoro sul mercato»5. L’azienda non svolge più solo la funzione produttiva ma diventa la sede di servizi, di negozi, di osterie, finalizzati all’ottenimento di rendite aggiuntive. È così che si fanno spazio nuove forme di lavoro sui campi: mentre il proprietario terriero è impegnato nel lavoro quotidiano, la terra è coltivata da lavoratori salariati avventizi. Il lavoro con macchine per conto terzi promuove tante occupazioni a tempo parziale, quante nuove forme di assenteismo dei proprietari e contribuisce alla distruzione di quell’antico rapporto che legava l’uomo alla terra.

La dimensione europea e mondiale del mercato dei prodotti agroindustriali, di fatto, comincia a orientare sempre più le scelte dei produttori: si coltiva solo ciò che un mercato sempre più indifferenziato e distante richiede indipendentemente da ciò che la terra potrebbe o dovrebbe produrrenelle migliori condizioni di uso.

La crisi del mondo rurale non solo ha indebolito il presidio dell’agricoltura sul territorio, ma ha anche trasformato gli stili di vita degli agricoltori: cambiano i tempi, i gesti e i rituali del mondo contadino tradizionale. L’uso sempre più sistematico e diffuso delle macchine permette da un lato un’enorme contrazione dei tempi delle operazioni agricole; ma dall’altro alimenta l’individualismo agrario sull’uso della terra e sulla gestione degli spazi.

Consequently in addition happens a sharp fall in agriculture’s employment. Among the fifties and sixties the extraordinary industrial growth affecting the north of the country is accompanied in parallel by the systematic abandonment of the countryside by masses of peasants in search of employment. A veritable exodus that deeply affects the mentality and way of life of the peasants emigrated.

With the advent of technological progress, that has hit the rural world from the last decade of the nineteenth century and that has manifested itself more heavily after the First World War up to the present day, even for agriculture begin to emerge problems related to environmental issues. The questions are many: from the intensive use of land that has depleted fields making unproductive land and accelerating desertification processes up to the problems related to chemical fertilizers as water pollution and water runoff. The phenomenon of “land grab” seems to close a problematic picture: on the one hand, the developed and emerging countries, with the specter of the baby boom and a famine lurking around the corner, looking for land to produce food to take home and to ensure food security and on the other multinationals are looking for plots to produce at lower costs. This is the “theft of land.”

So today we are watching a gradual marginalization of the rural world and its protagonists. The system is now all governed by the city and the agricultural space itself is considered to be the result of the urban centers. Despite this, however, the population continues to increase and it is questionable whether, in the near future, there will be enough food for everyone.

A tutto questo consegue una brusca caduta dell’occupazione in agricoltura. Tra gli anni Cinquanta e Sessanta la straordinaria crescita industriale che interessa il Nord del paese è accompagnata parallelamente dal sistematico abbandono delle campagne da parte di masse di contadini in cerca di occupazione. Un vero e proprio esodo che incide profondamente sulla mentalità e sul modello di vita dei contadini emigrati.

Con l’avvento del progresso tecnologico, cha ha investito il mondo rurale dall’ultimo decennio dell’Ottocento e che si è manifestato in maniera più massiccia dopo la prima guerra mondiale fino ad arrivare ai giorni nostri, anche per l’agricoltura cominciano ad emergere problemi legati alla questione ambientale. Le questioni sono molteplici: dallo sfruttamento intensivo del suolo che ha impoverito i campi rendendo i terreni improduttivi ed accelerando i processi di desertificazione fino ad arrivare ai problemi legati all’abuso di fertilizzanti chimici come l’inquinamento idrico ed il deflusso delle acque. Il fenomeno del “land grab” sembra chiudere un quadro problematico: se da un lato i paesi sviluppati ed emergenti, con lo spettro del boom demografico e di una carestia in agguato dietro l’angolo, cercano terre per produrre cibo da riportare in patria e per garantire la sicurezza alimentare; dall’altro le multinazionali sono a caccia di appezzamenti per produrre a costi più bassi. In questo consiste il “furto delle terre”.

Oggi quindi si assiste ad una progressiva marginalizzazione del mondo rurale e dei suoi protagonisti. Il sistema è ormai tutto governato dalle città e lo spazio agricolo stesso è considerato lo spazio di risulta dei nuclei urbani. Nonostante questo però la popolazione continua ad aumentare e ci si chiede se, nel prossimo futuro, ci sarà cibo a sufficienza per tutti.

Common Agricultural Policy (CAP) 

Politica Agricola Comune (PAC)

The agricultural revolution that is taking root in the decades after World War II is not only a result of industrial expansion and economic developments. There are many other factors that have contributed to accelerated technological progress and to loosen the constraints that impeded the path. Just think of the massive government intervention in the industry as the Agrarian Reform of 1950, breaking down the barriers of protectionism, accentuated competition from European partners and increase the supply of new techniques from the field of science and technology and national and international the incentive program initiated by the market Economic Community (MEC) for the modernization of farms. Finally, to reduce the uncertainty of farm incomes, through a mechanism of price protection and to guide farms to address specialized production, the integration and the European Common Agricultural Policy (CAP) have promoted the technical innovation and the development of mechanization.

One of the problems of the PAC comes from the nature of agriculture. In fact, it is committed to the principles of classical economics and therefore it is unthinkable mechanically adapt the system to the industrial logic, it takes measures to bridge the gap between the two sectors and specific structural actions.

La rivoluzione agricola che prende piede nei decenni successivi alla seconda guerra mondiale non è solo conseguenza dell’espansione industriale ed economica del paese. Ci sono molti altri fattori che hanno contribuito ad accelerare il progresso tecnologico e ad allentare i vincoli che ne ostacolavano il percorso. Basti pensare ai massicci interventi pubblici nel settore come la Riforma agraria del 1950, all’abbattimento delle barriere protezionistiche, all’accentuata concorrenza dei partner europei e all’incremento dell’offerta di nuove tecniche da parte del settore scientifico-tecnologico nazionale ed estero e al programma di incentivi avviato dal Mercato Economico Comunitario (MEC) per l’ammodernamento delle aziende. Infine, volta a ridurre l’aleatorietà dei redditi agricoli, attraverso un meccanismo di protezione dei prezzi e ad orientare le aziende agrarie verso indirizzi produttivi specializzati, anche l’integrazione europea e la Politica Agricola Comunitaria (PAC), hanno favorito l’innovazione tecnica e lo sviluppo della meccanizzazione.

Uno dei problemi della PAC deriva dalla natura stessa dell’agricoltura. Essa, infatti, è legata ai principi dell’economia classica e quindi non è pensabile adattare meccanicamente il sistema alle logiche industriali; occorrono misure in grado di colmare la differenza tra i due settori e interventi strutturali mirati.

Cibo globale

The crisis of the agricultural sector stems doesn’t depend only from the loss of importance that has suffered during the years of economic boom, but also by changing the food preferences of the Italians. Today, too often, we eat just to eat, losing the pleasure to  taste. In fact the food is a cultural product of the human civilization and as such defines the food is the testimony of a culture. Man is what he eats, but it is also how he eats6.

Our eating habits, our pace but especially our preferences in terms of purchases and tastes are very varied in recent years, influenced by the lifestyles of contemporary society and globalization, particularly from advertising, the main factor for approval culture.

On the one hand we are attracted to junk foods, pre-packaged and ready in five, seven, ten minutes maximum, so comfortable as alienating; from the other hand  we choose also dietetic  foods, frightened by the test suit or moved by an unprecedented desire for health . Household spending is no longer concentrated in the purchase of basic necessities, they are luxury goods that have taken the upper hand, more and more decisive in defining social status.

All of these are symptoms of a food awareness now lost. No longer ask where it comes from and what nutritional properties of a food contains: since cooking has become a task to attend to in a hurry, very often the first thing we look at the label is the cooking time.

The average consumer feel that he have not power, but  he is wrong. When we buy an item at the grocery store, we are expressing our preference and this is our power7.

Not only we have lost the awareness of food but we are not even aware of the less obvious such as traceability, territorial origin, environmental sustainability, benefits are equally important. Until the supermarket shelves are full of food at low cost from the four corners of the earth and the media will not give account of the billions of people who are excluded from access to those shelves, until the means of information does not make the connection migration and the destruction of tropical forests with the growth in demand for food and the reduction of arable land, it is unlikely to spread awareness of the scarcity of land and the environmental, economic and humanitarian pertains to the continuous consumption8.

This overall pattern of thought, culture and economy has affected the way we produce food, the taste and health. In half a century the Green Revolution has changed the way we grow and then produce, resulting in high yields but also the subordination of peasants to big corporations that control food throughout the food chain. The entire cycle of food production has become a huge assembly line that has shocked even the traditional biological cycles of nature, compared to 50 years ago, today, the animals are grown and slaughtered in a little more than half the time and their size is doubled. People don’t  breed animals but produce foods9.

One possible solution? An alternative model for small-scale agriculture, which looks to seasonality, for supplying the local markets in order to return to the center the farmer, the land, the consumers. Must be reversed, from global to local. The solution must not be the final elimination of junk food, because it is now part of the world in which we live. The road ahead is that of communication and dissemination of our culinary history and traditions to resurrect a long lost food awareness.

Eating well is more expensive than eating badly and so many people prefer the second option, especially in a time of economic crisis. The policy to make sure that the carrots cost less than the fries must change. Farmers in the end produce what the market requires: if people begin to prefer healthy foods farmers will try to meet this demand.

La marginalità del settore agricolo non deriva solo dalla perdita di importanza che ha subito negli anni del boom economico ma anche dalla modifica delle preferenze alimentari degli italiani. Oggi, troppo spesso, si mangia solo per nutrirsi, perdendo così anche il piacere e il gusto. In realtà il cibo è un prodotto culturale dell’essere umano e come tale definisce la civiltà; il cibo è la testimonianza di una cultura. L’uomo è ciò che mangia ma è anche come mangia6.

Le nostre abitudini alimentari, i nostri ritmi ma soprattutto le nostre preferenze in termini di acquisti e di gusti sono molto variate in questi anni, influenzate dagli stili di vita della società contemporanea e dalla globalizzazione, in particolar modo dalla pubblicità, il principale fattore di omologazione culturale.

Da una parte siamo attratti dai cibi spazzatura, preconfezionati e pronti in cinque, sette, massimo dieci minuti, tanto comodi quanto alienanti; dall’altra scegliamo i cibi ad alto valore dietetico, spaventati dalla prova costume o mossi da un’inedita voglia di salute. La spesa delle famiglie non è più concentrata nell’acquisto dei beni di prima necessità; sono i beni di lusso che hanno preso il soppravvento, sempre più decisivi nella definizione dello status sociale.

Tutti questi sono i sintomi di una consapevolezza alimentare ormai perduta. Non ci chiediamo più da dove viene un cibo e quali proprietà nutritive contiene: siccome cucinare è diventata un’attività da sbrigare in fretta, molto spesso la prima cosa che guardiamo nell’etichetta è il tempo di cottura.

Il consumatore medio pensa di non avere potere, ma sbaglia. Quando compriamo un articolo al supermercato, stiamo esprimendo la nostra preferenza ed è proprio questo il nostro potere7.

Non solo abbiamo perduto la consapevolezza alimentare ma non siamo nemmeno consapevoli che elementi meno evidenti come tracciabilità, provenienza territoriale, sostenibilità ambientale, benefici offerti, sono altrettanto importanti. Fino a quando gli scaffali dei supermercati saranno pieni di generi alimentari a basso costo provenienti dai quattro angoli della terra e i media non daranno conto dei miliardi di persone che sono escluse dall’accesso a quegli scaffali; fino a quando i mezzi informativi non metteranno in relazione le migrazioni e la distruzione delle foreste tropicali con la crescita della domanda alimentare e il ridursi delle superfici coltivabili, è alquanto improbabile che si diffonda la consapevolezza della scarsità del suolo e delle implicazioni ambientali, economiche ed umanitarie connesse al suo continuo consumo8.

Questo modello globale di pensiero, cultura ed economia ha influito sul modo di produrre il cibo, sui gusti e  sulla salute. In mezzo secolo la Green Revolution ha cambiato il modo di coltivare e quindi di produrre, determinando alte rese produttive ma anche la subordinazione dei contadinialle grandi multinazionali agroalimentari che controllano tutta la catena alimentare. L’intero ciclo di produzione del cibo è diventato un’enorme catena di montaggio che ha sconvolto anche i tradizionali cicli biologici della natura: rispetto a 50 anni fa, oggi, gli animali vengono fatti crescere e macellati in poco più della metà del tempo e le loro dimensioni sono raddoppiate. Non si allevano animali ma si produce cibo9.

Una possibile soluzione? Un modello alternativo di agricoltura di piccola scala, che guardi alla stagionalità, che rifornisca i mercati locali in modo tale da riportare al centro l’agricoltore, la terra, i consumatori. Occorre un’inversione di tendenza, dal globale al locale. La soluzione non deve però essere quella dell’eliminazione definitiva del junk food, perché ormai fa parte del mondo in cui viviamo. La strada da percorrere è quella della comunicazione e della diffusione della nostra storia culinaria e delle tradizioni per far riemergere una consapevolezza alimentare ormai perduta.

Mangiare bene costa di più che nutrirsi male e molta gente quindi preferisce la seconda opzione, soprattutto in un’epoca di crisi economica come la nostra. Deve allora mutare la linea politica per far si che le carote costino meno delle patatine fritte. Gli agricoltori alla fine producono ciò che il mercato richiede: se la gente comincerà a preferire cibi sani allora gli agricoltori cercheranno di soddisfare questa richiesta.

5 – Massimo Paci (a cura di), Famiglia e mercato del lavoro in un’economiaperiferica, Milano, 1980, p. 104, cit. in Piero Bevilacqua (a cura di), Storia dell’agricoltura italiana in età contemporanea, Venezia, Marsilio Editori, 1989, pp. 82-83

6 – Marco Filoni, Mangio bene, ergo sum, IL, n°23, anniversario 2010, pp. 77-81

7 – Robert Kenner, Food Inc., Robert Kenner, Elise Pearlstein, Participant Media e River Road, USA, 2008

8 – Annalisa Cicerchia, Cultura cibo e paesaggio: lo sguardo economico, in Economia della Cultura, n°1, 2010, p. 7

9 – Robert Kenner, Food Inc., Robert Kenner, Elise Pearlstein, Participant Media e River Road, USA, 2008

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